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Neuroimmunità e malattie autoimmuni refrattarie: il ruolo di melatonina, angiotensina 1-7 e cannabidiolo

Le malattie autoimmuni rappresentano una delle grandi sfide della medicina contemporanea. In molte condizioni, infatti, il sistema immunitario perde la capacità di distinguere ciò che appartiene all’organismo da ciò che è estraneo, generando una risposta infiammatoria cronica diretta contro i propri tessuti.

Negli ultimi anni, la ricerca in psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) ha mostrato come questi processi non dipendano esclusivamente dal sistema immunitario, ma coinvolgano profondamente anche il sistema nervoso e quello endocrino. Un recente studio clinico osservazionale ha approfondito proprio questa prospettiva integrata, valutando l’efficacia di una terapia neuroimmunitaria in pazienti con malattie autoimmuni refrattarie ai trattamenti convenzionali.

Il ruolo dell’asse neuro-immuno-endocrino

Secondo gli autori dello studio, molte malattie autoimmuni sembrano associate a una disregolazione dell’asse Th17/Treg, uno dei principali sistemi che controllano l’equilibrio immunitario e l’infiammazione.

In questo contesto assumono particolare importanza alcuni sistemi neuroendocrini con funzione immunomodulante e antinfiammatoria:

  • la melatonina prodotta dalla ghiandola pineale;
  • il sistema endocannabinoide;
  • l’asse ACE2 / angiotensina 1-7.

Le evidenze sperimentali suggeriscono che questi sistemi possano modulare la segnalazione dell’interleuchina-17 (IL-17), una delle citochine maggiormente coinvolte nei processi infiammatori autoimmuni.

Lo studio clinico

La ricerca ha coinvolto 70 pazienti affetti da malattie autoimmuni refrattarie, cioè pazienti che non rispondevano o avevano rifiutato le comuni terapie immunosoppressive.

Il protocollo neuroimmunitario prevedeva:

  • melatonina orale (10–50 mg serali);
  • angiotensina 1-7 gastroprotetta;
  • cannabidiolo (CBD).

I ricercatori hanno monitorato:

  • i livelli di autoanticorpi;
  • i marker infiammatori;
  • la stabilità clinica e radiologica della malattia.

I risultati osservati

Dopo tre mesi di trattamento sono emersi risultati significativi.

Nei pazienti con tiroidite di Hashimoto è stata osservata una riduzione del 49% degli anticorpi anti-tireoglobulina. Nei pazienti con altre malattie autoimmuni sistemiche è stata registrata una diminuzione del 60% degli anticorpi antinucleari.

Particolarmente interessante il dato relativo alla sclerosi multipla: il 62% dei pazienti ha mostrato una stabilizzazione radiologica della malattia durante il follow-up.

Anche il rapporto linfociti/monociti (LMR), considerato un indicatore di infiammazione sistemica, è migliorato nella maggior parte dei pazienti che presentavano riacutizzazioni al momento dell’arruolamento.

Inoltre, il trattamento è risultato ben tollerato, senza eventi avversi clinicamente significativi.

Una prospettiva integrata per le malattie croniche

L’aspetto più innovativo di questo studio riguarda il paradigma che propone. L’approccio neuroimmunitario non mira semplicemente a sopprimere il sintomo o bloccare l’infiammazione, ma cerca di sostenere i sistemi biologici che regolano l’equilibrio dell’organismo.

È una visione pienamente coerente con la PNEI: cervello, immunità e sistema endocrino non sono strutture separate, ma parti di una rete dinamica che comunica continuamente.

Gli stessi autori sottolineano la necessità di ulteriori studi randomizzati e controllati per confermare questi risultati. Tuttavia, la direzione della ricerca appare sempre più chiara: comprendere e modulare la comunicazione tra sistemi potrebbe rappresentare uno dei passaggi fondamentali della medicina del futuro.